Approfondimenti

La lunga mano dei clan sulle feste religiose

La storia del rapporto tra mafie e culto cattolico è ampiamente dimostrata, di fatto non si conoscono mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti atei. Ma non altrettanto nota è l’ossessione della ‘ndrangheta di guidare le feste religiose e l’interesse della camorra ad occuparsi di pellegrinaggi. Medjugorje è infiltrata dalle mafie che inseguono il profitto e che ha creato una inaspettata alleanza tra camorra e criminalità slava. Un interessante approfondimento sul tema che ricostruisce la storia di questa insospettabile attività criminale.

Fonte: Il Mattino del 10 luglio 2018 di Isaia Sales

L’arcivescovo polacco Henrick Hoser, inviato permanente del Papa a Medjugorje, ha parlato di interessi della camorra nei pellegrinaggi in questa località della Bosnia-Herzegovina. Le sue parole sono inequivocabili: «A Medjugorje c’è una lotta sempre più agguerrita tra il bene e il male. Da un lato si incontrano migliaia di giovani che utilizzano il sacramento della penitenza e della riconciliazione. Dall’altra, però, bisogna essere consapevoli che a causa del massiccio afflusso di pellegrini, in questo posto si sono infiltrate le mafie, tra cui quelle napoletane, pronte a fare profitti».
Un’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere sul prete esorcista Michele Barone di Casapesenna, accusato di riti satanici legati a reati sessuali, sembra aver dato spunto alle parole di Hoser. In particolare l’attenzione degli investigatori si starebbe concentrando sulle false griffe vendute nei negozi sorti in prossimità della collina delle apparizioni, alcuni alberghi costruiti a Medjugorje (e in particolare su tre dove abitualmente si recano i numerosissimi pellegrini provenienti dalla Campania), e l’organizzazione dei viaggi in pullman.
Alcuni imprenditori del settore interessati ad espandere la loro attività nel campo dei pellegrinaggi avrebbero ricevuto inviti perentori a desistere da parte di esponenti della camorra. I sospetti si concentrano su almeno tre clan: due di Napoli e uno della zona dei Casalesi (quello di Zagaria), quest’ultimo in particolare per le speculazioni edilizie e il riciclaggio di denaro sporco.

Sullo sfondo la storia di un prete scomparso ad agosto 2015 (padre Luciano Ciciarelli, non il solo di cui si sono perse le tracce in questa località) mentre stava trattando un terreno di particolare pregio ai fini dell’accoglienza in strutture alberghiere degli adoratori della Madonna.

Sembrano cose incredibili, partorite dalla mente di uno scrittore di gialli. E, infatti, due anni fa il prof. Massimo Galluppi aveva ambientato a Napoli il suo romanzo “Occhio per occhio” che ruota attorno all’omicidio di un giornalista della Stampa alle prese con i rapporti tra mafie slave e camorra partenopea, sullo sfondo della dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Sono, dunque, notizie da trattare con molta cautela, come ha fatto su questo giornale Mary Liguori. Difficile dire se già si può parlare di una forma particolare di estorsione su questi luoghi sacri al culto mariano e di una intesa raggiunta tra clan della camorra e criminalità slava. Ma nel mondo criminale niente è da escludere quando si tratta di affari e di soldi.
Non a caso Rocco Chinnici aveva detto in un’intervista a “I Siciliani” di Pippo Fava che mafia è tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. E nessun settore può essere escluso dalle mire della criminalità di tipo mafioso. Neanche quelli legati a riti religiosi, come è ampiamente dimostrato dalla storia dei rapporti tra mafie e culto cattolico.

Sta di fatto che non si conoscono mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti atei. La storia del crimine mafioso ci dice che sono stati cattolici osservanti i peggiori assassini che l’Italia abbia mai avuto nell’ultimo secolo e mezzo. E il culto mariano è molto diffuso tra gli affiliati. In genere, gli ‘ndranghetisti si recano in pellegrinaggio alla Madonna di Polsi in Aspromonte, i camorristi alla Madonna dell’Arco a Sant’Anastasia, i mafiosi si dividono tra la Madonna di Tindari, Santa Rosalia a Palermo e Sant’Agata a Catania. In Campania, l’altro santuario oggetto di culto fino al secondo dopoguerra è stato quello della Madonna di Montevergine ad Avellino. Ci si recava là con vistosi carri, i più belli erano quelli che venivano da Nola organizzati dai capi-camorra.

Giuseppe Genco Russo, il capo della mafia dopo Calogero Vizzini, in occasione della festa della Madonna dei Miracoli si metteva davanti al campanile con il cesto per la raccolta dei soldi. E tutti quelli che passavano davano il loro contributo per la festa.

Scriveva nel 1956 Renato Candida, il carabiniere a cui Sciascia dice di essersi ispirato per il personaggio del capitano Bellodi in “Il giorno della civetta”: «In ogni paese della Sicilia occidentale si sa che c’è una speciale devozione per un determinato Santo e che presso la chiesa ove lo si venera esistono una Confraternita e un comitato permanente per i festeggiamenti. Confraternita e comitato sono diretti da mafiosi e i motivi possiamo con molta attendibilità pensare stiano nel fatto che per poter effettuare i festeggiamenti religiosi bisogna mungere denaro alla gente: denaro per la processione, denaro per la luminaria, denaro per i fuochi artificiali e soprattutto molto denaro per le saccocce dei mafiosi».

Il caso più clamoroso di festività religiose controllate dai mafiosi riguarda la festa di S. Agata a Catania. Secondo le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, nel corso degli anni ’90 la criminalità organizzata catanese avrebbe controllato la gestione di diverse candelore (opere in legno di diversa dimensione e altezza allestite da varie categorie di mestieri che ne curano l’addobbo e la sfilata) e perfino soste e percorsi della statua della Santa in processione. I motivi che portavano alla gestione della festa sarebbero stati prettamente economici. «Ogni settimana venivano raccolte piccole offerte, da duemila a cinquemila lire, da ciascun esercente, raccogliendo a fine anno anche 200 milioni di lire. Una parte veniva utilizzata per pagare i portatori, ai quali veniva anche fornita gratis della cocaina detraendo il costo dalla somma complessiva. Altra parte della somma veniva destinata al pagamento del fuochista. Circa 150 milioni venivano versati in un fondo cassa del gruppo utilizzato per il pagamento degli stipendi o per acquistare cocaina o armi».

Forte è sempre stata la presenza della camorra alla festa dei gigli di Barra, al punto tale che nel 2000 nessun prete volle benedire i gigli perché la cerimonia religiosa era completamente in mano ai camorristi della zona. Anche la Procura di Napoli ritiene che «dietro i comitati organizzatori della festa dei gigli a Barra ci sono boss di primo livello». Qualche anno fa la Procura distrettuale antimafia ordinò la distruzione di uno dei gigli sponsorizzato dal clan Cuccaro e realizzato con collette sospette. Ed è proprio a causa della presenza della camorra nell’organizzazione della festa che è stato sciolto per due volte il consiglio comunale di Crispano.

Dell’ossessione degli ‘ndranghetisti di guidare le feste religiose nei loro territori e trasformarle in occasioni di nomina di nuovi adepti è piena la cronaca giudiziaria.

Dunque, il passato ci dice che i camorristi non hanno avuto remore ad occuparsi di pellegrinaggi, feste e quanto altro attinente alle credenze popolari, partendo da una loro particolarissima fede. In questo ultimo caso il lato affaristico sembra essere molto più evidente. E va sempre ricordato che molti clan di camorra hanno stretto legami solidi con la criminalità slava all’indomani della fine dei regimi comunisti dell’est europeo.

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