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Le Mafie in Veneto sono state sottovalutate

In Veneto le mafie si sono inserite senza far rumore nel tessuto sociale ed economico e questo ha generato una distrazione collettiva colpevole di aver lasciato che questo avvenisse nella più totale tranquillità senza che un solo moto di contrasto di sollevasse, incapaci di capire in fondo il fenomeno che si stava radicando.  Una penetrazione sistemica della mafia che, invece di sparare, si fa largo nella politica, nell’imprenditoria, nelle banche.

Oggi però non possiamo più dire di non sapere e di non conoscere. Bisogna superare il “negazionismo” e iniziare a informare e formare studenti, cittadini e amministratori. E come suggerisce il Procuratore Cherchi, è giunta l’ora che anche in Veneto venga istituita una Commissione Antimafia regionale.

Fonte: Il Gazzettino del 28.03.2019 di Fulvio Fenzo

Il procuratore Cherchi: «I due blitz? Sono soltanto la punta di un iceberg»

LA CRIMINALITA ORGANIZZATA SI È INFILTRATA IN MODO SILENZIOSO ATTRAVERSO ATTIVITÀ COME IL RICICLAGGIO

Casalesi, camorra, `ndrangheta.  Insomma, le mafie arrivate nel Nordest. «Queste inchieste che hanno toccato il Veneziano, Padova, Verona sono solo la punta di un iceberg consistente, e non solo in questi territori come non solo in merito a queste attività di indagine». Bruno Cherchi ne è convinto. Per il procuratore di Venezia potrebbero esserci altre sorprese «perché le mafie si sono inserite senza far rumore nel tessuto sociale ed economico, e per loro il Veneto è un luogo di investimento dei proventi delle attività criminose. E dove anche la magistratura ha sbagliato nel valutare i fenomeni che stavano accadendo negli anni».

Un atto d’accusa e un’autocritica, ieri al Museo M9 di Mestre durante il dibattito (anzi, la conversazione a più voci come l’ha definita il direttore del Gazzettino Roberto Papetti, che ha moderato l’incontro) “Mafie a Nordest, da infiltrazioni a radicamento”. Il procuratore Cherchi parte da lontano, da quel “domicilio coatto” imposto a soggetti di organizzazioni mafiose «che fu un errore dovuto a scarsa lungimiranza, mentre oggi assistiamo ad una criminalità organizzata che non è più una presenza sporadica al Nord, ma di rilievo seppur nascosta, che si è inserita senza far rumore, per esempio attraverso il riciclaggio».

«Già – interviene Papetti -, ma di Donadio ad Eraclea sui giornali ne scrivevamo già nel 2011, mentre oggi siamo nel 2019». «Sicuramente è passato molto tempo, una cosa non giustificabile di fronte ai segnali che c’erano – prosegue il procuratore della Repubblica veneziano -. C’è stata una distrazione colposa, forse derivante dalla scarsa evidenza del fenomeno. Se pensiamo a cos’era l’unico precedente di criminalità organizzata vissuto in Veneto, cioè la Mala del Brenta con gli assalti ai treni, ai blindati e le rapine, quella era tutta un’altra cosa. Di fronte a queste mafie c’è stata una sottovalutazione da parte della magistratura e di chi doveva intervenire, in parte dovuta anche alla carenza di strutture e di mezzi. Un problema che permane tuttora».

Nicola Pellicani, deputato del Pd e componente della commissione parlamentare antimafia, ricorda come nel giro di un mese si sia assistito ad oltre un centinaio di arresti nell’ambito delle tre inchieste, «con una penetrazione sistemica della mafia che, invece di sparare, si fa largo nella politica, nell’imprenditoria, nelle banche». «A mio avviso a Roma non hanno ancora capito cosa sta succedendo in Veneto – riprende Cherchi -. Se non avessi l’aiuto di Carabinieri e Guardia di Finanza la Procura di Venezia sarebbe chiusa per mancanza di amministrativi. Fanno piacere le attestazioni di solidarietà, le raccolte di firme, la partecipazione popolare alle manifestazioni come quella di Padova, ma a noi basterebbero dieci persone in più. Ma non arrivano, e allora ci vuole l’aiuto delle comunità del Veneto: abbiamo bisogno, come fa il Comune di Venezia, dell’assegnazione provvisoria del loro personale». Ma Cherchi non vede tutto nero. «Il Veneto è comunque una regione sana – aggiunge -, dove funzionano le amministrazioni e nella quale la società civile risponde, magari aiutata da forte individualismo delle persone».

«Il problema – interviene però Gianfranco Bettin, sociologo e scrittore veneziano – è che qui non siamo di fronte a quattro mele marce, ma ad interi frutteti marci, con mafie che hanno la capacità mimetica di assumere il volto del territorio in cui si insediano. Penso poi a provvedimenti recenti come quello di aumentare la discrezionalità nell’assegnazione degli appalti. Cose che non aiutano». «In questi anni anche la chiesa si è adeguata facendosi complice, colpevole o no – ammette don Giorgio De Checchi, referente di “Libera”, l’associazione contro le mafie di don Ciotti -. Dobbiamo tutti chiederci dove sta la nostra mafiosità, metterci in discussione in casa nostra senza avere paura della realtà, altrimenti facciamo il gioco dei mafiosi che hanno costruito un sistema sull’omertà». Pellicani lo definisce “negazionismo“, e invoca l’arrivo della Commissione parlamentare antimafia in Veneto (stavolta al completo) come l’assegnazione alla magistratura di tutti gli strumenti di cui ha bisogno per estirpare quel che resta dell’iceberg temuto da Cherchi. «È necessario agire anche nella società – continua il deputato dei Democratici -. Bisogna diffondere una cultura della legalità tra i giovani ma anche tra gli imprenditori. Penso che anche in Veneto sia giunta l’ora di istituire una commissione antimafia regionale che si occupi di monitorare il fenomeno e di promuovere attività formative nei territori».

E Cherchi aggiunge: «Va tutto benissimo, ma il primo passaggio deve essere anche un’attenzione particolare nella scelta dei candidati sindaci o consiglieri comunali, poi si può pensare all’attività di controllo». E conclude il procuratore della Repubblica: «Non credo che la mafia si possa battere. Però, possiamo osteggiarla ed arginarla». Almeno una parte dell’iceberg nascosto, insomma, si può sciogliere.

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