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Mafia cinese a Brescia – Prostituzione racket e usura

Come spesso accade siamo talmente suggestionati dalla rappresentazione cinematografica della mafia da non vedere la realtà che ci circonda. E’ quello che è avvenuto per la mafia cinese nel territorio bresciano.

Non triadi violente e tatuate organizzate in organizzazioni segrete, ma centri massaggi  a luci rosse dove vengono costrette a prostituirsi ragazze fatte espatriare e poi segregate e violentate. Gang giovanili che impongono il pizzo ai proprietari dei luoghi in cui si svolge la prostituzione, dietro la minaccia di devastare il locale. Atti estorsivi ai danni di commercianti e usura agli stessi connazionali cinesi abituati ad usare il contante.

Un quadro inquietante che ha fatto guadagnare a Brescia il secondo posto su scala regionale dopo Milano per radicamento della prostituzione cinese, con un giro di affari generale in attività legali e illegali stimata in 700 milioni l’anno.

 

Fonte: Brescia Oggi del 23.03.2019 di Cinzia Roboni

L’iconografia cinematografica delle tatuate e violente triadi nate sull’onda di potenti organizzazioni segrete nel XVIII secolo è fuorviante. E, suo malgrado, ha contribuito a sottovalutare una delle organizzazioni criminali straniere più strutturate della provincia di Brescia. La mafia cinese esiste, anche se fa di tutto per restare invisibile.

Eppure il salto di qualità c’è stato. I «tentacoli» del dragone, così come quelli della piovra di Cosa Nostra, si sono allungati sul riciclaggio di denaro sporco in attività lecite. Nel Bresciano, e più in generale in Lombardia, la «cupola» orientale si ispira al modello ortodosso della ‘ndrangheta. La Triade – che raggruppa attualmente ben 57 gruppi – si costituisce su base familiare o plurifamiliare, fondandosi sul concetto di guanxi, cioè sul senso di appartenenza a un gruppo che, oltre e indipendentemente dai legami di sangue, esprime l’idea della famiglia economica allargata che ruota intorno a interessi comuni: la gestione di un ristorante, di un supermarket, di una sala giochi, di un’impresa di trasporti o di qualsiasi attività fonte di profitti, leciti o illeciti.

L’infiltrazione della mafia cinese nel tessuto economico è stata confermata tre anni fa dal sequestro di beni per 2 milioni, tra cui due ristoranti, effettuato dalla Direzione investigativa antimafia a due coppie di imprenditori cinesi, legati all’attività di centro massaggi a luci rosse. La punta di un iceberg: gli investimenti della Triade in attività legali e illegali è stata stimata in 700 milioni l’anno. Brescia è soprattutto la «lavatrice» dove far fruttare i proventi dei rami criminali. Tra più fiorenti lo sfruttamento della prostituzione attraverso i centri massaggi. Brescia è la seconda provincia in Lombardia per volume d’affari della prostituzione controllata dai racket della cupola del Dragone

A scoperchiare il traffico di ragazze fatte espatriare per essere inserite nei saloni relax a luci rosse è stata l’operazione Indianapolis del 2008: Brescia e Milano erano i terminali di smistamento di giovani indotte alla prostituzione dai dan dello Zhejiang e del Fujian. Da allora è stato un crescendo di blitz e operazioni. Stando al rapporto Cross sulla presenza della criminalità organizzata in Lombardia, Brescia è la seconda provincia su scala regionale dopo Milano per radicamento della prostituzione cinese. In dieci anni sono stati 631 i casi di sfruttamento e favoreggiamento del sesso a pagamento gestiti da strutture criminali organizzate scoperti nella nostra provincia. Le inchieste hanno dimostrato come alla gestione del mercato del sesso partecipino allo stesso tempo ampie reti e piccoli gruppi criminali. Spesso un’unica cupola controlla l’arrivo di clandestine e il loro impiego nel giro di prostituzione, ma anche clan su base familiare, «comprano» ragazze da sfruttare.

In questo contesto si innesta il fenomeno sommerso delle gang giovanili, che operano sia imponendo il pizzo ai proprietari dei luoghi in cui si svolge la prostituzione, dietro la minaccia di devastare il locale, sia gestendo direttamente case di appuntamento e ragazze. Negli ultimi dieci anni i centri massaggi a luci rosse gestiti da cinesi e scoperti dalle forze dell’ordine sono stati 20: 13 in città, due a Roé Volciano e uno rispettivamente a Desenzano, Gavardo, Manerba, San Zeno e Villa Carcina. Il giro di affari annuo di questa rete è stato complessivamente stimato in oltre 20 milioni di euro. Tra le operazioni più significative il blitz compiuto due anni fa a Roé Volciano, quando i carabinieri della compagnia di Salò liberarono 5 ragazze orientali segregate e costrette a prostituirsi, e appunto il raid degli agenti della questura di Brescia e della
Dia di Milano, che sequestrarono sei beni immobili e nove attività commerciali, arrestando due coppie di cinesi che gestivano un giro d’affari annuo superiore al milione.

IL DINAMISMO della criminalità organizzata cinese si specchia anche nel racket: gli incendi a scopo intimidatorio sono stati 16 negli ultimi 5 anni. Tra questi, una ditta di Desenzano data alle fiamme nell’agosto del 2016. L’estorsione ai commercianti e agli imprenditori connazionali è storicamente un’attività «tradizionale» nei clan cinesi. Come avviene per le organizzazioni mafiose italiane, viene utilizzato il meccanismo dell’estorsione e protezione per rafforzare la propria presenza all’interno di specifici confini etnici e urbani in cui vuole operare. Inizialmente i clan rivolgono minacce e intimidazioni alle vittime, danneggiando i locali, picchiando i proprietari o disturbando i dipendenti e i clienti. Poi viene stabilito un «contatto» tra estorsori e vittime, che talvolta viene attuato anche con il contributo di un intermediario e può durare diverse settimane. Infine, nella terza fase si arriva alla richiesta estorsiva e al pagamento. Tale richiesta può spaziare da versamenti periodici di somme di denaro all’imposizione di beni e servizi. L’obiettivo può essere anche quello di costringere il proprietario a cedere l’attività.

I più esposti ai taglieggiatori sono i commercianti che installano i videopoker nei propri esercizi. Tra le varie comunità etniche, quella cinese è più esposta al rischio usura. I cinesi utilizzano quasi esclusivamente denaro contante, si affidano prevalentemente a pratiche di mutuo aiuto finanziario e sono inclini a risolvere le controversie all’interno della propria comunità, il che si traduce in bassissimi livelli di denuncia alle autorità, e fa sì che molti episodi rimangano nascosti.

 

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