Approfondimenti

Le mafie cercano agganci in politica

Quanto la mafia può considerarsi un nemico esterno allo Stato e alle Istituzioni? Non è forse vero che al contrario la mafia li penetra e permea costituendone un fattore interno capace di contenderne il controllo delle pubbliche amministrazioni, il consenso sociale e le attività economiche? La mafia non è un potere occulto, anzi quasi sempre richiede che si sappia chi comando pure negando la propria identità.

Una interessante riflessione del Procuratore della Repubblica aggiunto a Firenze Luca Tescaroli.

 

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 24.04.2019 di Luca Tescaroli Procuratore della Repubblica aggiunto a Firenze

 

La natura “carsica” del brigatismo, che appare, scompare, per poi riemergere ad anni di distanza, ha riproposto con energia un’emergenza che sembrava conclusa e ha costretto il nostro Paese a fare i conti con una realtà che era da qualificare come terrorismo: la stagione eversiva di matrice marxista leninista sul finire degli anni 90 e nel primo decennio del nuovo secolo. Ulteriore forma di terrorismo interno è quella delle formazioni eversive di matrice anarco-insurrezionalista, caratterizzate dall’assenza di profili strutturali e gerarchici interni e basati su logiche di autonomia e indipendenza o al massimo su “gruppi di affinità”. Di recente vi è stata una rivitalizzazione delle attività violente di sabotaggio, con la spedizione di plichi esplosivi alle imprese che collaborano con i centri di identificazione e d’espulsione e, più in generale, verso le strutture protese alle espulsione dei migranti.

Le strutture mafiose tradizionali, e Cosa Nostra in particolare, rappresentano organizzazioni secolari del potere. Hanno convissuto e convivono con realtà criminali estremamente pericolose, quali il terrorismo interno politico di destra e di sinistra. Pur avendo elementi comuni, fra tutti l’uso sistematico e indiscriminato della violenza, i due fenomeni si differenziano profondamente. E infatti la mafia non è stata e ancora non è completamente un nemico esterno allo Stato e alle istituzioni, che al contrario permea e penetra, costituendone un fattore interno capace di contenderne – oltre al monopolio della violenza – il controllo delle pubbliche amministrazioni, del territorio, delle attività economiche e il consenso sociale. Non è un potere occulto e, quasi sempre, richiede che si sappia chi comanda, pur negando la propria identità. Naviga nel mare del diritto negato ed è generato, in larga misura (ma non esclusivamente), da aree geografiche connotate dal sottosviluppo.

Cosa Nostra ha mutuato a più riprese le metodiche operative brigatiste, non esitando a eliminare i rappresentanti delle istituzioni divenuti troppo pericolosi e risultati isolati. Basta accostare le uccisioni del procuratore Gaetano Costa e del procuratore generale Francesco Coco: il primo soppresso per aver convalidato gli arresti dei membri delle famiglie Spatola, Inzerillo, Gambino e dei costruttori a loro vicini, contro il parere dei suoi sostituti; il secondo, per essersi opposto allo scambio fra il magistrato rapito Mario Sossi e quelli del XXII Ottobre, sebbene magistrati, opinione pubblica e “garantisti” fossero favorevoli. Fu Cesare Terranova a parlare per primo di terrorismo mafioso, davanti al cadavere del Dc Michele Reina, 40 anni fa. E non poteva immaginare a che punto si sarebbe spinta la ferocia corleonese: la decapitazione dei vertici istituzionali di Palermo dal ’79 all’’83. È però con l’offensiva stragista del biennio 1992-‘94 che Cosa Nostra ha mostrato di agire con una finalità non solo di terrorismo politico, ma anche di eversione dell’ordine democratico per destabilizzare e compromettere la funzione propria dello Stato nella sua essenza unitaria, di ingenerare disordine e panico in tutta la Nazione, e a incidere sulla politica legislativa del governo, attraverso il ricatto terroristico, e su uno dei principi fondamentali sui quali si basa la democrazia, che affida l’elezione del presidente della Repubblica al Parlamento e la politica della giustizia al governo. Se oggi il terrorismo interna è stato posto quasi in non cale, pur non essendo stato del tutto debellato, e se le sue manifestazioni criminali dalla fine degli anni 90 e negli anni Duemila sono state osteggiate da tutte le forze politiche, così come è accaduto per il terrorismo internazionale di matrice islamica, Cosa Nostra – la più evoluta associazione di tipo mafioso – è alla ricerca di nuovi equilibri interni, rifugge il terrorismo istituzionale ed eversivo, senza abbandonare peraltro propositi di aggressione contro servitori dello Stato. Ha perduto la ragione ideologica d’essere per settori del potere costituito, visto che la funzione anticomunista è stata superata dalla storia. L’organizzazione è proiettata a una nuova forma di coabitazione con esponenti della politica e della borghesia, continuando a fungere da strumento di aggregazione di consensi per l’ambizione di uomini senza scrupoli. L’interazione tra consorterie mafiose e formazioni terroristiche eversive ha avuto una recente plastica dimostrazione dall’indagine “Mondo di Mezzo”, in cui le figure apicali di Massimo Carminati e Riccardo Brugia hanno potuto generare la forza di intimidazione del sodalizio anche sfruttando la loro fama criminale derivante dalla loro militanza nei Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar), struttura associativa di estrema destra operativa negli anni 80. Carminati è risultato sin da quest’ultimo periodo elemento di collegamento tra i Nar e la “Banda della Magliana”, per aver stretto rapporti fiduciari con alcuni appartenenti di maggior spicco e aver prestato favori.

 

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