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Una interdittiva ogni dieci giorni

 

Il rischio è che “l’associazione mafiosa possa condizionare l’operato dell’impresa“. Questa la motivazione alla base delle chiusure amministrative ad esercizi pubblici per contiguità mafiose. Sempre più numerose a Milano e provincia: i numeri danno un quadro preciso di quanto sia diffuso il fenomeno.

«Il nostro obiettivo è garantire alle imprese una concorrenza leale con una prospettiva di crescita sana», ha spiegato Saccone, ricordando che «le norme impongono solo controlli a campione a fine antimafia, ma nulla vieta, se si ha la volontà di farlo, di aggiungere controlli. E abbiamo fatto questa scelta».

 

Fonte: Corriere della Sera del 03.04.2019 di Cesare Giuzzi

Stretta antimafia agli affari sporchi.

Rafforzati gli accertamenti sulle attività commerciali. L’obiettivo dell’intesa. «Garantire alle imprese una concorrenza leale con una prospettiva di crescita sana»

L’ultimo caso risale a una manciata di giorni fa. Gioielleria «Luxury Hours» di via Felice Cavallotti 8. A metà strada tra il Duomo e il Tribunale. Perché quando si parla di mafia anche i simboli hanno un significato. In questo caso a pesare sulla chiusura disposta dalla Prefettura è stata la storia del compagno della titolare, Michela Radogna. Si tratta di Gaetano Fontana, 43 anni, palermitano ma residente a Milano, che ha da poco scontato una condanna per associazione mafiosa. Fontana è considerato dagli investigatori «organico alla cosca dell’Arenella-Acquasanta di Palermo». Esattamente come suo padre Stefano, il reggente del clan. Inoltre la sorella del 43enne è legata al nipote di Piddu Panno, capomafia di Casteldaccia (Palermo) e ucciso nel 1981 a Bagheria. Un quadro sufficiente, per gli esperti dell’Antimafia (Dia, polizia, carabinieri, finanza e polizia locale) coordinati dal prefetto Renato Saccone, per disporne la chiusura per il rischio che «l’associazione mafiosa possa condizionare l’operato dell’impresa». Un caso che era stato segnalato dal presidente della commissione comunale Antimafia, David Gentili. E che rappresenta l’ottavo episodio di chiusura amministrativa ad esercizi pubblici per contiguità mafiose nel 2019.

Un numero che è già l’equivalente ai provvedimenti eseguiti in tutto il 2018. In pratica si sta procedendo quasi al ritmo di uno stop ogni dieci giorni. Una statistica che rende l’idea di quanto sia vasto (e potenzialmente esplosivo) il fenomeno che nel giugno dello scorso anno aveva portato alla chiusura del lussuoso ristorante «Unico Milano» del grattacielo di via Achille Papa. Locale che è stato peraltro oggetto di un nuovo provvedimento di stop (dopo una iniziale sospensiva del Tar) proprio il 7 gennaio. Davanti a un fenomeno così potenzialmente diffuso e alla necessità di realizzare controlli sempre più approfonditi, ieri il prefetto Saccone ha firmato con l’assessore alle Attività produttive, Cristina Tajani e il capo della Direzione distrettuale antimafia, Alessandra Dolci, un patto triennale per rafforzare i controlli antimafia sulle attività commerciali.

«Il nostro obiettivo è garantire alle imprese una concorrenza leale con una prospettiva di crescita sana», ha spiegato Saccone, ricordando che «le norme impongono solo controlli a campione a fine antimafia, ma nulla vieta, se si ha la volontà di farlo, di aggiungere controlli. E abbiamo fatto questa scelta». Una scelta apprezzata anche da chi, come Alessandra Dolci, si deve occupare soprattutto dell’aspetto repressivo: «Noi siamo presenti con l’attività investigativa, ma siamo molto felici di essere preceduti dall’attività preventiva». Nel registro comunale «sono attivi 83mila esercizi commerciali», ha chiarito l’assessore Tajani, dando quindi le proporzioni dell’enorme lavoro che spetterà ai tecnici impegnati. La scia di chiusure è iniziata nel 2017 con i provvedimenti verso un ambulante, un negoziante di frutta e un barbiere, ritenuti legati alla criminalità organizzata. Ed è proseguito nel 2018 con i locali di corso Como («Dom café»), piazza 25 Aprile e la farmacia di piazza Caiazzo. Ma anche con la chiusura del Pancafé della moglie e della figlia di Rocco Papalia, boss della ‘ndrangheta, in viale Lodovico il Moro. Per arrivare, quest’anno, agli stop per «L’angolo del caffè» di via dei Mille a Buccinasco (un tempo considerato il covo della cosca Barbaro-Papalia) e il bar Belfiore di Milano intestato a Rocco Musitano, 47 anni, figlio di don Bruno capo del clan soprannominato dei «fascisti» di Bareggio. A fine gennaio il caso della pizzeria Frijenno Magnanno di via Benedetto Marcello, legata al clan Guida della Camorra.

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