Approfondimenti

I Broker Della Mafia

Politica e istituzioni continuano a sottovalutare il peso della criminalità organizzata nella nostra economia. Nel solo 2018 la Guardia di finanza ha chiesto il sequestro di patrimoni mafiosi per una cifra vicina ai 5 miliardi di euro.

I boss affidano questi miliardi a un ceto di professionisti senza scrupoli, una classe borghese e incensurata, la cosiddetta area grigia, che opera per loro in tutta Italia e sempre più spesso al Nord, dove è più facile far fruttare gli investimenti.

E’ necessario un cambio di passo decisivo: le istituzioni e la politica devono studiare e approfondire il fenomeno cooperando con magistratura e ricercatori.

Fonte: La Repubblica del 4.05.2019 di Gianluca Di Feo

L’analisi – Il Capitale Disumano

Le cosche affidano i soldi ai colletti bianchi. E come dimostra il caso in cui è indagato Siri, le complicità stanno in alto.  Nell’annunciare la richiesta di dimissioni per il sottosegretario Siri, il premier Conte non ha mai pronunciato la parola mafia. Ha motivato la sua decisione sulla base della norma proposta dal leghista, che «avrebbe offerto vantaggi retroattivi, una sorta di sanatoria, solo per alcuni imprenditori». Non ha detto che il beneficiario di quella norma è considerato il socio occulto di un magnate agli arresti per mafia. Uno dei tanti colletti bianchi accusati di essere in affari con la più ricca realtà imprenditoriale del Paese: la criminalità organizzata.

Politica e istituzioni continuano a sottovalutare il peso della criminalità organizzata nella nostra economia. Da anni magistrati e ricercatori denunciano l’espansione del capitalismo mafioso: evocano le cosche come proprietarie di catene di ristorazione e supermercati, di società finanziarie e immobiliari, di cliniche e squadre sportive, di imprese attive persino in settori avanzati come l’energia eolica e solare. Adesso c’è un dato, concreto e impressionante, su cui riflettere: nel solo 2018 la Guardia di finanza ha chiesto il sequestro di patrimoni mafiosi per una cifra vicina ai 5 miliardi di euro. Si tratta di una somma enorme, superiore a quello 0,2 per cento del Pil che dovrebbe segnare la crescita complessiva dell’economia nazionale.

Questo risultato è merito dell’attività delle Fiamme gialle, che dispongono di reparti altamente specializzati e contrastano — come ha dichiarato il comandante generale Giorgio Toschi — il tentativo di «inquinare o comunque condizionare il libero esercizio delle attività economiche». Allo stesso tempo c’è la certezza che il fatturato di camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra sia molto più alto. I clan accumulano ricchezze con il traffico di droga, mediando le importazioni di cocaina che invadono tutta Europa, e dominano le reti di spaccio al dettaglio, con un flusso infinito di denaro contante. In un Paese sull’orlo della recessione, con un tasso spaventoso di disoccupazione soprattutto nelle regioni meridionali, queste risorse fanno la differenza. Creano posti di lavoro e cementano quel consenso che ser ve alle famiglie criminali per prosperare sul territorio. Ma i boss non sanno gestire importi così consistenti: al massimo possono mandare avanti una pizzeria o una ditta di costruzioni. E affidano questi milioni a un ceto di professionisti senza scrupoli, una classe borghese e incensurata che opera per loro in tutta Italia e sempre più spesso al Nord, dove è più facile far fruttare gli investimenti. Un esempio? Nella sola Emilia Romagna lo scorso anno le Fiamme gialle hanno individuato patrimoni criminali per un valore di mezzo miliardo di euro. Questa ondata di denaro in nero sta intossicando il mercato e stravolgendo le regole della concorrenza, perché i broker delle mafie possono offrire di più e hanno disponibilità illimitate di fondi in nero. E grazie ai loro nuovi alleati insospettabili, i padrini riescono ad arrivare ovunque. Ormai non hanno più bisogno di sparare, perché possono comprare tutto e tutti: aziende, appalti e politici. Nel linguaggio tecnico la Guardia di finanza descrive «uno schema corruttivo più compatto e pervasivo rispetto al passato, costituito da colletti bianchi propensi a un interscambio di risorse su ogni versante e disponibili a entrare in relazione con altre e più aggressive realtà delinquenziali, tra cui quelle mafiose».

Pensate allo scenario dell’inchiesta su Armando Siri. Vito Nicastri, figura leader nel settore eolico e solare, è accusato di essere in affari con Matteo Messina Denaro: il più importante capo di Cosa nostra ancora in libertà e ritenuto tra i mandanti dell’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I magistrati gli hanno sequestrato un impero da 1.200 milioni. E allora Nicastri diventa socio occulto del genovese Paolo Arata, ex parlamentare e consigliere per l’energia dei vertici della Lega, che va a incontrarlo pure agli arresti domiciliari. Arata a sua volta manovra per influire sulle nomine di governo e poi chiede al sottosegretario Siri una legge su misura per le sue attività siciliane. Tutti si sono dichiarati innocenti: la rilevanza penale di questi fatti dovrà essere valutata nei processi. Siamo però davanti alla radiografia di un meccanismo micidiale. Che non solo sta devastando la concorrenza imprenditoriale ma mette a rischio le regole della nostra democrazia.

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