Approfondimenti

La Google generation criminale

Se il virtuale è un’estensione del reale, anche l’esperienza criminale è parte dell’ecosistema digitale. È il tempo di internet e anche dentro il grande corpo delle mafie è nata la Google generation. I giovani del crimine organizzato investono su tutte le possibilità della rete. Non solo comunicazioni criptate e deep web per i loro affari, ma anche i social in tutte le loro declinazioni.

Un’ interessante analisi dell’uso di internet e dei social da parte delle mafie italiane di Marcello Ravveduto, docente di Digital public history nelle università di Salerno e Modena che per esplorare il mondo criminale 2.0 si è infiltrato inventandosi un profilo fake, lo ha arricchito con l’armamentario usato dai giovani camorristi (canzoni neomelodiche e trap, spezzoni della serie Gomorra, ecc) e ha stretto diverse “amicizie”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 29.07.2019 di Enrico Fierro

La Google connection: così Cosa nostra s’adegua ai tempi. La malavita social: foto di agguati e abiti griffati esprimono potere.

Le mafie italiane hanno sempre tenuto molto alla loro immagine. L’hanno promossa con tutti i mezzi che i tempi offrivano. Cosa sono le processioni religiose nei paesi del nostro Sud, con le Madonne ingioiellate e i santi fatti inchinare sull’uscio delle case dei boss se non una rappresentazione del senso religioso e, soprattutto, del potere dei mafiosi?

Dalle processioni ad oggi tanta acqua è passata, anche sotto i ponti costruiti dai “malacarne”. È il tempo di internet e anche dentro il grande corpo delle mafie è nata la Google generation. La definizione è di Marcello Ravveduto, docente di Digital public history nelle università di Salerno e Modena, autore del libro Lo spettacolo della mafia, edito dal “Gruppo Abele”.

“Nel 2018 – ricorda lo studioso – le persone connesse a internet hanno superato i 4 miliardi (…) in Italia il 73% della popolazione è on line e trascorre circa 6 ore al giorno sul web. (…) Pertanto, se il virtuale è un’estensione del reale, anche l’esperienza criminale è parte dell’ecosistema digitale”. E allora, se è vero che”la nostra identità digitale deve essere il più vicino possibile alla nostra vera identità”, come sostiene R. Scandellari in uno studio, si comprendono tanti atteggiamenti.

LA FIGLIA DI TOTO RIINA che trasforma il suo cognome (sinonimo di violenza, potere mafioso, stragi di magistrati amati dagli italiani, ignobili trattative con i pezzi peggiori dello Stato), in un brand spendibile all’estero, segue semplicemente il cammino imposto dalla modernità digitale. Se i giovani camorristi utilizzano a piene mani i social per proporsi per quello che sono nella realtà, ma anche per minacciare e lanciare segnali, si comprende come l’uso spregiudicato della rete sia la nuova frontiera dell’agire criminale. Ma anche nell’uso criminale dei social c’è un prima e un dopo.

Nella prima fase – scrive Ravveduto – si dissemina l’immaginario. Nascono gruppi, pagine fan e profili fake che da un lato amplificano le grandi imprese di boss del passato, dall’altro esaltano la potenza delle organizzazioni criminale nel presente”.

La fase due è la più preoccupante, quella che dovrebbe allarmare (ma le “emergenze” sono sempre altre) anche i vertici del Viminale. Perché i giovani del crimine organizzato investono su tutte le possibilità della rete. Non solo comunicazioni criptate e deep web per i loro affari, ma anche i social in tutte le loro declinazioni. “Si struttura l’interrealtà mafiosa: si postano messaggi testuali e frammenti audiovisivi espliciti provocando il corto circuito tra reale e virtuale”.

Gli esempi non mancano, purtroppo. Pensate al boss del Rione Traiano, Napoli, colpito in un agguato che posta su FB la foto delle sue ferite e minaccia i rivali. La conseguenza, ricorda Ravveduto, è che 6 giorni dopo i suoi nemici sparano raffiche di mitra sulla sua abitazione. “I rivali seguono il suo profilo social e reagiscono realmente alle minacce virtuali”.

E oggi in quale fase siamo? La terza, quella della Google generation criminale“. Giovani leve senza regole immerse nell’interreale, intrise di una “cultura” fatta di gesta “dai villain cinematografici, televisivi e dei videogiochi action-adventure”. Il loro è “un continuo andirivieni tra immaginario e reale che rovescia la percezione del vissuto”. Per esplorare il mondo criminale 2.0, lo studioso si è infiltrato inventandosi un profilo fake, lo ha arricchito con l’armamentario usato dai giovani camorristi (canzoni neomelodiche e trap, spezzoni della serie Gomorra, ecc) e ha stretto diverse “amicizie”.

VEDE I BABY CAMORRISTI che amano farsi fotografare, cosa indossano (sempre abiti firmati e costosi), “si sfoggia la marca per sottolineare l’adesione ad una organizzazione di élite a cui possono aderire in pochi”. Ma la fissazione per gli abiti non è nuova. Già agli inizi del Novecento Ferdinando Russo ed Ernesto Serao scrivevano: “I camorristi hanno avuto nei tempi andati, costumi e fogge di vestire speciali per modo da potersi riconoscere agevolmente tra loro”. Non è una esclusiva della camorra, perché “anche i narcos messicani usano l’abbigliamento e alcune marche per indicare l’affiliazione a un cartello”. È la google generation criminale, bellezza.

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