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Clan, le accuse del pentito: «I Sindaci A Disposizione»

Sono pesanti le accuse del pentito De Castro durante il processo Krimisa. Emanuele De Castro, boss della locale di Lonate Pozzolo arrestato nel blitz di un anno fa e diventato collaboratore di giustizia insieme al figlio Salvatore, davanti ai pm Alessandra Cerreti e Cecilia Vassena, che insieme al capo della Dda Alessandra Dolci hanno coordinato l’inchiesta, ha parlato di come i mafiosi di Lonate Pozzolo abbiano «appoggiato» l’elezione del sindaco. Ricordo che mi arrabbiai perché per la semplice questione dei parcheggi (un affare che interessava al clan, ndr) non voleva neanche riceverci, mentre per il sostegno elettorale era stato disponibile.”

Emanuele De Castro, 51 anni, originario di Palermo, era però affiliato alla ‘ndrangheta. È collaboratore di giustizia

Fonte: Corriere della Sera Milano del 12.07.2020 di Cesare Giuzzi

Nella terra che cinge l’aeroporto di Malpensa, la porta della Lombardia sul mondo, il tempo e le polemiche scivolano veloci come i jet nel cielo. Un anno fa, con il blitz dei (nuovi) arresti alla ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo sembrava essere finalmente arrivato il tempo della «liberazione». Quella dal potere delle cosche calabresi che tra Busto Arsizio, Legnano e Lonate Pozzolo controllano da tre decenni ogni filo d’erba. Sembrava, appunto, perché gli investigatori dell’Antimafia non solo erano riusciti a decapitare i vertici del locale di ‘ndrangheta ricostruito pari pari dopo il blitz «Bad Boys» (2009), ma avevano individuato anche il secondo livello: imprenditori, professionisti, politici al servizio del clan.

A Lonate Pozzolo ci fu anche una fiaccolata spontanea dei cittadini alla quale si unirono alcuni politici della zona. Una fiaccolata per dire: gli onesti sono di più. Quella sera — 9 luglio 2019 — in strada c’era anche il primo cittadino di Ferno, Filippo Gesualdi, 58 anni, sindaco dal 12 giugno 2017 sostenuto da una coalizione di centro destra. Una presenza pesante perché tra gli arrestati dell’inchiesta «Krimisa» del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano c’era anche il consigliere comunale di Ferno Enzo Misiano (FdI) accusato d’essere factotum del boss calabrese Giuseppe Spagnolo. In quei giorni le polemiche rischiarono di travolgere la giunta di Gesualdi. Il sindaco si difese dicendo di non aver mai fatto patti con le cosche, né di aver «mai avuto a che fare con gli uomini del clan che neppure ho mai conosciuto». Così, le polemiche politiche erano durate lo spazio di una manciata di giorni, poi tutto era tornato come prima. Nemmeno la notizia, emersa negli ultimi giorni, che un altro consigliere comunale di Ferno è finito indagato per falsa testimonianza al processo, Alessandro Pozzi, inizialmente considerato vittima delle cosche, è servita a muovere le acque.

Le piene passano, e con un detto molto caro alle mafie, i giunchi si piegano per poi risollevarsi. Ma quella di un anno fa rischia di non essere la «piena», semmai soltanto l’effetto di un temporale, rispetto a quello che potrebbe ancora accadere nelle terre di Malpensa. Perché durante le ultime udienze del processo Krimisa c’è stata la testimonianza di Emanuele De Castro, boss della locale di Lonate Pozzolo arrestato nel blitz di un anno fa e diventato collaboratore di giustizia insieme al figlio Salvatore. De Castro, davanti ai pm Alessandra Cerreti e Cecilia Vassena, che insieme al capo della Dda Alessandra Dolci hanno coordinato l’inchiesta, ha parlato di come i mafiosi di Lonate Pozzolo abbiano «appoggiato» l’elezione a sindaco di Gesualdi. Lo avrebbero fatto attraverso «il consigliere comunale Misiano». Nel racconto del pentito, Gesualdi «era a disposizione» anche se poi «non ha mai fatto nulla». Il collaboratore ha parlato anche dell’intervento della ‘ndrangheta per l’elezione dell’ex sindaco di Lonate, Danilo Rivolta, poi arrestato (e dimessosi) per una vicenda di tangenti: «Abbiamo raccolto noi i voti. Rivolta poi si era impegnato per far togliere una multa da 200mila euro».

Nei suoi verbali De Castro circostanzia con maggiore precisione il sostegno (presunto) a Gesualdi: «Misiano mi chiese un appoggio per un sindaco, tale Gesualdi che venne definito da lui “una persona che possiamo gestire e che ci può dare una mano se abbiamo bisogno”. Io diedi il mio benestare perché Misiano raccogliesse voti per lui tra i calabresi, cosa che effettivamente so essere avvenuta». A quel punto i pm chiedono se Gesualdi abbia «dimostrato gratitudine» per l’appoggio ottenuto: «Che io sappia non c’è stato modo di verificarlo. Ricordo che mi arrabbiai perché per la semplice questione dei parcheggi (un affare che interessava al clan, ndr) non voleva neanche riceverci, mentre per il sostegno elettorale era stato disponibile». Secca la replica del sindaco Gesualdi: «Non è vero nulla, sono solo millanterie. Non ho mai conosciuto queste persone quando la magistratura avrà fatto il suo corso tutto sarà chiarito. Ne sono certo».

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