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Male nostrum – Comuni chiusi per mafia

L’ultimo comune sciolto per mafia in ordine temporale è stato Foggia. Dagli appalti alle case popolari, tutto in mano ai clan. Lo strumento è stato introdotto nell’ordinamento italiano nel 1991, trent’anni fa esatti. Da allora sono stati 356 gli scioglimenti, distribuiti su 262 Comuni.

 

Fonte: Corriere della Sera del 06.07.2021 di Paolo Riva

 

L’ultimo in ordine di tempo (al momento dell’articolo.ndr) è stato Marano, in provincia di Napoli. A metà giugno questo Comune campano di quasi sessantamila abitanti è stato sciolto per infiltrazioni della camorra e ha portato le amministrazioni fermate nel nostro Paese a quota 205. Il 20 per cento di queste, pari a 41 Comuni, è stato sciolto per mafie. E cioè, dice la legge, perché sono emersi «concreti, univoci e rilevanti elementi sui collegamenti degli amministratori con la criminalità organizzata».

Ordinamento
Come ben spiegato da Openpolis, che su questo tema ha istituito un osservatorio specifico, si tratta di «una misura di prevenzione straordinaria» che «si applica quando esiste il reale pericolo che l’attività di un Comune o di un’altra amministrazione locale sia piegata agli interessi dei clan mafiosi». Lo strumento è stato introdotto nell’ordinamento italiano nel 1991, trent’anni fa esatti. Da allora sono stati 356 gli scioglimenti, distribuiti su 262 Comuni. Non è raro infatti che alcuni vengano commissariati anche più volte, come nel caso di Marano, che era stato già toccato dal provvedimento in altre tre occasioni. Ma cosa succede esattamente quando un’amministrazione viene sciolta per mafia? Sindaco, assessori e consiglieri comunali perdono le loro cariche amministrative e vengono sostituiti nella gestione provvisoria del Comune da una commissione straordinaria di tre funzionari statali, che resta in carica per un periodo che va da un minimo di un anno a un massimo di due, in casi eccezionali. Poi si torna a votare. Nel prendere questo provvedimento, quindi, le autorità devono prendere in considerazione sia la doverosa lotta alla criminalità organizzata sia il rispetto della volontà popolare, decidendo quando la prima prevale sulla seconda. Quest’anno, è successo cinque volte. Lo scorso, undici. Nel 2019 21 e numeri simili si sono registrati anche negli anni precedenti. Con il picco massimo raggiunto nel 1993 con 34.

Geografia

Trovare però una tendenza nel corso degli anni è difficile: i valori spesso oscillano e i fattori che influenzano l’andamento sono numerosi. La pandemia per esempio ha posticipato la data delle elezioni amministrative e quindi ha prolungato alcuni commissariamenti, ma al tempo stesso ha anche complicato le attività delle prefetture, uno degli organi con il compito di proporre gli scioglimenti. A livello geografico invece la situazione è più chiara. I dati di Avviso Pubblico, associazione di enti locali contro la corruzione, evidenziano come la stragrande maggioranza dei comuni sciolti si trovi al Sud. Calabria, Campania e Sicilia contano per quasi il 90 per cento dei provvedimenti dal 1991 ad oggi. «Eppure, ormai è noto, la presenza mafiosa esiste anche al nord. L’hanno sancito inchieste e commissioni», commenta Simona Melorio, ricercatrice di criminologia all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Conferme
A confermarlo è anche il Ministero degli Interni che, nell’ultima relazione annuale sul tema, scrive: «Lo scioglimento del consiglio comunale di Saint Pierre in Valle D’Aosta, disposto nel 2020, è il nono provvedimento dissolutorio disposto nei confronti di un Comune del Nord e il primo cha ha interessato la Regione». La geografia dei comuni sciolti, quindi, potrebbe cambiare, ma secondo Melorio andrebbe cambiata anche la legge, in meglio. «La normativa del 1991 nasce da un’idea molto giusta: la forza delle mafie sta nel loro saper dialogare con pezzi di politica e di stato. Dopo 30 anni e alcune modifiche, però, la legge andrebbe ulteriormente aggiornata per combattere meglio le mafie anche al nord. Lì la presenza della criminalità organizzata è più legata all’economia, più subdola e meno riconoscibile», sostiene la ricercatrice, che ha collaborato con Avviso Pubblico. Una definizione ancora più precisa degli elementi «concreti, univoci e rilevanti» che collegano mafie e amministrazioni sarebbe quindi un modo per migliorare la situazione. Un altro potrebbe essere una più efficace applicazione della legge 190 del 2012, che prevede la rotazione dei dirigenti pubblici per abbassare il rischio di corruzione. Infine, aggiunge Melorio, sarebbe importante anche una maggiore trasparenza nei documenti delle commissioni, che oggi non sono pubblici. «Se, per esempio, un Comune viene sciolto per appalti dati a una certa azienda l’opinione pubblica non sa se questa ha continuato a lavorare anche in seguito. Più trasparenza – conclude la ricercatrice – potrebbe portare anche a più fiducia dei cittadini nelle istituzioni».

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