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Il ritorno del “corleonese” – La mafia riprende la pistola

Dopo la recente esecuzione di ‘ndrangheta avvenuta a Buccinasco in pieno giorno e in una strada principale, anche in Sicilia la mafia riprende in mano la pistola dopo decenni. Perchè? 

La mia opinione è che bisogna stare molto attenti a che lo Stato non mostri debolezza soprattutto oggi, in un momento di crisi economica e tensione sociale che stanno mettendo a rischio il welfare e l’economia legale sotto attacco delle mafie, perché le mafie ne approfittano perseguendo come fine ultimo l’alternatività alle istituzioni più del profitto.

Non si può continuare a parlare di smantellamento del carcere ostativo, di concessione dei permessi premio in assenza di collaborazione con la giustizia perché questi sono tutti messaggi di debolezza delle istituzioni. Questo costante e inesorabile indebolimento di un sistema giudiziario e di strumenti specifici nati e cresciuti sulla pelle di magistrati, cittadini, membri delle forze dell’ordine, donne e uomini della politica e delle istituzioni morti per contrastare le mafie, non è più tollerabile.
Oggi più che mai, i non possiamo consentire loro di mostrare controllo del territorio e senso di impunità perché questo si traduce in consenso sociale.

 

Fonte: La Repubblica Palermo di Salvo Palazzolo del 14.09.2021

Torna la Bagheria dei fedelissimi di Bernardo Provenzano, un altro pezzo di Cosa nostra che sembrava lontano. La Bagheria laboratorio criminale che da sempre ha anticipato la mafia che verrà. Negli affari, nelle strategie, nelle alleanze. «La storia dice che Palermo ha sempre fatto quello che diceva Bagheria», andava ripetendo Massimiliano Ficano, il 46enne mafioso che all’inizio degli anni Duemila ha curato la latitanza di Provenzano. Era tornato in libertà nel 2016, è stato riarrestato ieri notte dai carabinieri del nucleo Investigativo, con l’accusa di essere il nuovo capomafia di Bagheria. «Io sono uno di quelli che ha fatto la storia», diceva ai suoi fedelissimi.

Con lui, altre sette persone sono state fermate con un provvedimento firmato dal procuratore aggiunto della Dda Salvatore De Luca e dai sostituti Giovanni Antoci, Gaspare Spedale e Luisa Campanile. I boss pianificavano l’omicidio di un pregiudicato spesso ubriaco e violento. «Cosa nostra punta al controllo del territorio e ad avere una funzione sociale», spiega il maggiore Salvatore Di Gelare, il comandante del nucleo Investigativo.

Cosa nostra torna a mettere in conto un omicidio, seppure come extrema ratio. Sembrano parole che arrivano dal passato quelle pronunciate dai nuovi boss finiti in manette: «Lo portiamo in campagna e lo scanniamo come un vitello». Nel laboratorio Bagheria, l’opzione della violenza estrema è di nuovo nell’agenda mafiosa. Come non accadeva da anni. I boss sanno di essere sotto osservazione, i blitz si ripetono, gli omicidi erano stati messi da parte.

Punizione esemplare
Il 31enne pregiudicato Fabio Tripoli, era stato avvertito. Ma era servito a poco. I119 agosto venne picchiato a sangue, il referto del pronto soccorso parla di un trauma cranico e di una frattura alla mano. I boss si vantavano: «Lo hanno macinato, lo hanno macinato tutto… l’ambulanza se l’è andato a prendere. Ora, dobbiamo vedere cosa ha dichiarato». Ma i boss si sentivano tranquilli: «No, questo sbirro non c’è». Perb, Tripoli non voleva calare la testa. Andava in giro con un’ascia e minacciava di farla pagare ai mafiosi. Addirittura di dare fuoco a un locale appena inaugurato, di proprietà di Ficano. Così i mafiosi decisero di ucciderlo. Questa storia racconta non solo il ritorno all’opzione della violenza estrema, ma anche il grande desiderio dei padrini di riprendere in mano la gestione dell’ordine pubblico. «Ogni volta… manca un ago… trovo la ruota sgonfia… la macchina…», diceva Bartolomeo Antonino Scaduto, uno dei fedelissimi del capomafia, anche lui finito in manette. E Ficano puntava l’indice contro il giovane pregiudicato: «C’è un paese intero a cui ha dato legnate… lo vedi come si ubriaca… Vedi che gli ammazza la famiglia». Il boss che si occupa addirittura di prevenire le violenze dentro le mura domestiche. E il reato di maltrattamenti in famiglia c’era davvero: anche Tripoli è stato arrestato per le violenze alla moglie. A fine agosto, era invece intervenuto il “tribunale” di Cosa nostra, decretando la condanna a morte: «Hai capito cosa ti voglio dire?», sussurrava Ficano. E Scaduto proseguiva: «Lo prendiamo, o lo lasciamo là, o lo prendiamo e lo buttiamo in un cassonetto… ci dobbiamo organizzare questa volta bene… dobbiamo fare le cose perfette». Ficano concordava: «Pero non lo dobbiamo fare sapere a nessuno… Che ci fanno prendere l’ergastolo, hai capito?». E non sospettavano di essere intercettati.

L’uomo di Provenzano

È un brutto segno il ritorno mafioso di Ficano. La conferma che il carcere non ferma i boss: negli ultimi quattro anni sono tornati in libertà quasi duecento boss e favoreggiatori in provincia di Palermo. Sedici anni fa, Ficano era un fidato postino di Bernardo Provenzano, curava la latitanza del capomafia, fu lui a comprargli una macchina da scrivere per i pizzini. Quando lo “zio Binnu” venne arrestato, commento davanti alla Tv «Perché te ne sei andato? Chi te lo ha detto di andartene?». Ficano criticava la scelta del padrino di spostarsi da Bagheria a Corleone. «Abbiamo fatto due anni di belle cose, belle sistemate. Era voluto bene. Mi diceva sempre: mi sento di essere a casa mia». In quei giorni del 2006, Cosa nostra sembrava sconfitta: «Stiamo attraversando tempi bruttissimi», ripeteva Ficano. Oggi, ha tutt’altro tono: «Io ho fatto la storia», si vantava di recente: «Loro non potevano digerire che eravamo corleonesi». Titoli di merito nel curriculum criminale, suggellato dal silenzio tenuto in carcere. Lasciata la cella dopo una condanna a 8 anni e 8 mesi e scontato un periodo di sorveglianza speciale, il pupillo di Provenzano ha assunto il ruolo di capomafia. E ribadiva la centralità di Bagheria nella galassia mafiosa: «Loro si stessero a Palermo, che noi ci stiamo a Bagheria… quando devono venire qua devono bussare».

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