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La Mafia E Il Passato Che Pesa

Molte le polemiche durante le elezioni amministrative a Palermo. Un interessante punto di vista qui sotto che si chiude con un suggerimento al neo sindaco Lagalla che condivido in pieno: “Meglio che dedichi un’importante parte del suo tempo a conoscere a uno ad uno i suoi collaboratori e si faccia un’idea di dove vanno a finire i fondi che erogherà.”

 

Foto Francesco Militello/LaPresse

Fonte: Corriere della Sera del 16.06.2022 di Paolo Mieli

La festicciola per l’elezione a sindaco di Palermo, l’ex direttore d’università Roberto Lagalla ha deciso di farla in un famoso hotel a cinque stelle del quartiere Brancaccio, il San Paolo Palace, sequestrato una trentina d’anni fa a Giovanni Iena, prestanome di uno dei fratelli Graviano. Oggi quell’albergo è (ben) gestito dall’Agenzia dei beni confiscati alla mafia. Niente da rimproverare perciò al primo cittadino palermitano in merito al luogo scelto per l’autocelebrazione. Né — anche se questo è ben più grave — gli si può imputare di aver avuto trai compagni di strada qualche arrestato dell’ultima ora e qualche «impresentabile» («neanche li conoscevo», si è difeso). Anche se quel titolo, «Die Mafia lebt» (la mafia è viva) che campeggia sulla prima pagina della Süddeutsche Zeitung, suona come un avvertimento che viene da oltre confine: ci risiamo, l’esperienza amministrativa di Lagalla verrà giudicata, giorno per giorno, anche (e, forse, soprattutto) alla luce delle possibili commistioni tra la nuova giunta e Cosa nostra.

Sulla sua persona, ad oggi del tutto immacolata, grava però la mancata elaborazione da parte degli ex democristiani della lunga stagione di intensi rapporti tra una parte potentissima della Dc e la malavita organizzata. In che senso? Complice la scandalosa sentenza double face per Giulio Andreotti. Che ha consentito ad alcuni di considerare l’ex presidente del Consiglio come una vittima di Cosa nostra, ad altri alla stregua di un conclamato mafioso.

Anche per via di questa sentenza, gli ex o postdemocristiani hanno pensato di cavarsela gettando su Vito Ciancimino tutte le colpe di quella stagione. Sicché, con i loro eredi, si sono ripresentati sulla scena politica, perfino con formazioni intestate a quello che fu in tutta Italia il partito di maggioranza relativa. Neanche una condanna definitiva — come è accaduto nel caso di Totò Cuffaro — li ha dissuasi dall’impresa. Come se non avessero percepito il significato autentico e profondo del successo proprio a Palermo o sulla scena nazionale di Leoluca Orlando e Sergio Mattarella. Con questo non vogliamo dire che in Sicilia solo Orlando e Mattarella siano ex democristiani degni di rappresentare la parte buona di quello che fu il loro partito. Né dimenticare i nomi degli esponenti Dc che furono vittime di mafia. E neanche quelli di uomini come Calogero Mannino che subirono anni e anni di processi prima di essere assolti con sentenze definitive. Sia chiaro, anche, che non consideriamo quella della Dc siciliana come una storia criminale. Pensiamo però che chi partecipò all’esperienza democristiana di quegli anni debba fare un ulteriore sforzo per chiarire ai successori (che militano in prevalenza nel centrodestra) cosa rese possibile le commistioni di cui si è detto. Commistioni che non furono affatto marginali e andarono ben al di là del caso Ciancimino.

Una personalità di spicco di quello che fu l’entourage andreottiano, l’ex ministro Paolo Cirino Pomicino, ha appena dato alle stampe un pregevole volumetto, «Il grande inganno» (Lindau) che si presenta come una «controstoria della Seconda repubblica». Seconda repubblica di cui Pomicino non è stato e, a maggior ragione, non è oggi un grande estimatore. Il libro spiega in modo convincente perché la cosiddetta Prima repubblica andò in crisi ed è zeppo di notazioni sottilmente autocritiche. Tranne che per la parte che riguarda la Sicilia. Qui, anche se non si ricorre alla parola «complotto», sembra che tutte le disavventure in cui precipitò la parte prevalente della Dc isolana sia riconducibile all’attività di due «nemici» della causa democristiana: Gianni De Gennaro e Luciano Violante. Per il resto, tutti assolti eccezion fatta per il solito Ciancimino («espulso nel 1983», si precisa più volte, «per opera proprio di Calogero Mannino»). Troppo poco, onorevole Pomicino. E soprattutto sono le stesse cose che lei pensava e scriveva dieci, venti, trenta anni fa.

Come è possibile riproporre in sede di «controstoria» quel che già si percepiva ai tempi in cui i fatti accadevano? Ci sarà pure qualcosa di sostanziale che riguarda suoi amici di un tempo su cui lei è stato costretto a ricredersi. Non basta dire: «fummo ingenui a credere che…». Né si può pretendere l’assoluzione (parliamo di quella della Storia, beninteso) perché anche gli avversari ne fecero di cotte e di crude. Il buon Lagalla oggi è circondato da suoi eredi. Veri o supposti che siano. Lasciamo stare i rilievi che ora gli muovono i perdenti di domenica scorsa. Fanno anch’essi parte dell’autoassoluzione che di norma (e non solo in Sicilia) tendono a darsi gli sconfitti. Ma diamo per certo che da oggi in poi il neosindaco non potrà più dire che non sapeva di qualcuno dei suoi eventualmente scoperto a trafficare con qualche malfattore. Meglio che dedichi un’importante parte del suo tempo a conoscere a uno ad uno i suoi collaboratori e si faccia un’idea (oltre a quella che dovrà farsi l’Osservatorio sulla legalità) di dove vanno a finire i fondi che erogherà.

Poi, nel tempo che gli rimane, studi a fondo la storia della Dc siciliana nel trentennio che va dai Sessanta ai Novanta del secolo scorso. Troverà un grandissimo campionario di facilonerie, omissioni e clamorosi sbagli che misero nei guai, portandoli sul confine del crimine, molti suoi predecessori.

 

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